Ci piace metterci a trecentossessanta.

La Galleria d’arte moderna di Milano con la fotografia 360°.

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La mostra di Adolfo Wildt a 360°

Partendo dal tardo Ottocento, Wildt si dedicò all’arte di una scultura fortemente influenzata dalla Secessione e dall’Art Nouveau, caratterizzata da complessi simbolismi e da una definizione quasi gotica delle sue forme. L’estrema levigatezza delle superfici marmoree conferisce ai suoi busti una purezza assoluta ed un’integrità plastica che ha sempre cercato di conciliare con il sentimento drammatico di un’intensità quasi parossistica. Per questo, Wildt sta alle soglie dell’Espressionismo che si dimostra soprattutto nell’espressione dolente e sconvolta del suo Autoritratto del 1908.

Nella non sempre omogenea critica all’arte del Wildt, l’Enciclopedia Treccani nell’edizione del 1937 sottolinea un certo celebralismo dell’artista e scrive: «Spesso però il desiderio di rendere idee universali o astratte e la ricerca dello stile conducono l’artista a una espressione plastica oscura, ove l’emozione si raffredda nel cerebralismo e in audacie tecniche di puro virtuosismo. I ritratti, più necessariamente aderenti alla realtà, sono le sue opere artisticamente meglio realizzate».

Un corpus significativo di suoi capolavori, grazie ad una donazione del marchese Raniero Paulucci di Calboli, che gli fu amico e mecenate, è presente nei Musei Civici di Forlì: Fulcieri Paulucci de’ Calboli (1919), Santa Lucia(1926), San Francesco d’Assisi (1926), Maschera del dolore o Autoritratto (1908-1909), Lux (1920), La fontanella santa (1921), La Protezione dei bambini o Pargoli (1918). Nel 2012, la città di Forlì dedica a Wildt un’importante mostra, Adolfo Wildt. L’anima e le forme tra Michelangelo e Klimt, che è stata definita, in riferimento a questo artista, “la più grande mostra mai realizzata”.

Alcune immagini panoramiche delle sale della mostra di Adolfo Wildt alla Galleria d’arte moderna di Milano (2015).